LE CIMETIÈRE MARIN – IL CIMITERO MARINO
Nutrita dall’ombra di un secolo ormai defunto,
ho la sensazione di avanzare immersa nell’oscurità,
persa come in un cimitero marino,
dove la coscienza, gravata dal passato, si smarrisce.
Le grandi illusioni sono state tramandate
e si riscoprono orpelli lasciati cadere.
Le ossa sbiancate del popolo sommerso
conoscono bene la sofferenza di aver smesso di credere.
Lo sguardo sul disordine delle onde,
il cui sforzo di catturarne le forme lo cancella,
addomestica l’ignoto
con un vivo e acuto bruciore.
L’azzurro del cielo sembra difendersi
dalla sua tomba fatta di cenere.
E’ tempo di una fugace tregua.
Il vento si alza.
Bisogna cercare di vivere.
Che si affievolisca in segreto
questa fiamma ingegnosa che conforta!
Quando i suoi riflessi vacilleranno,
la lanterna dei morti se la porterà via.
Avendo concesso, quasi per errore,
al vuoto i suoi colori,
il giorno volge al termine
e proietta le sue ombre sull’epitaffio del poeta.
All’orizzonte l’ambra si mescola,
come strane parti in conflitto.
Domani navigherà da una riva all’altra.
Bisogna cercare di vivere.
LA RÈGLE DU JEU – LE REGOLE DEL GIOCO
Nelle questioni di importanza vitale
si sprigiona un’essenza di folle delirio.
Un semplice malinteso conduce le danze.
Cerchiamo di non drammatizzare!
Il cuore è all’opera, catturato dalla prosa.
I discorsi procedono con la mano sul cuore
e la concordia è incisa nel profondo delle cose.
Si vive per le parole tanto quanto se ne muore.
Che cosa resta da sperare in questi giorni,
dopo tanto bene e tanto male,
se non suggellare per l’eternità
un accordo che si nutre della propria fame in un cerchio infernale?
Sotto uno strappo del tessuto della realtà,
i detriti dell’innocenza, sventrata fuori dalle scene,
si accumulano ai nostri piedi.
Per alcuni l’esistenza è una battaglia da combattere.
Per altri una ferita segreta che li tormenta.
Si dice che la vita sia un gioco d’azzardo.
Leggera come un castello di carte.
Pronto per un tragico colpo di scena?
Rivestire un ruolo è un peso difficile da portare,
ma liberarsene fa scappare all’istante
la dolce virtù della necessità.
Anche tu pensavi di poter dire la tua?
Volevi cambiare le regole del gioco.
Perché non cominciamo a riderci sopra?
Smettila di prenderla troppo sul serio!
Scomparire per un po’ e non lottare più,
né contro l’odio, né contro la noia.
Scongiurare le perdite.
Riammaliare questo strano animale
che urla il suo dolore nel cuore della notte.
Nella gamma che va dal sangue nero come l’inchiostro
al rosso vermiglio dell’abisso
ci sono delle sfumature
e scegliere da che parte stare è casuale.
Per le anime sensibili tutte le ragioni del mondo si ribaltano,
si equivalgono e improvvisamente si confondono.
Si dice che sia già finita,
a meno che non si rimescolino le carte.
PAR DELÀ LE MUR DES SIÈCLES – ALDILA’ DEL MURO DEI SECOLI
Oh, ironia! Sei diventata l’ultimo baluardo contro il silenzio.
Perseguitata dai resti allucinati di una realtà in decomposizione.
Dimmi che cosa più t’ispira dalla tua beffarda finestra!
Vedere crollare sotto di te il muro dei secoli?
Il frastuono esistenziale che assale con le sue frecce mortali?
Seppellita sotto le macerie.
Seppellita sotto la polvere.
Vicissitudini dell’oscurità.
La triste entropia della luce.
L’ideale gettato nell’oblio.
L’ideale a cui si rinuncia.
La certezza è rimasta muta.
La chiamata è restata senza risposta.
La vertigine illuminata che gioca con l’ambiguità.
La storia fuori dai cardini che freme nelle sue volute barocche.
Non appena fu annunciata la morte del potere
e non appena resuscitò il suo spettro,
invulnerabile quanto derisorio,
reclamando il calore del fuoco delle vestali,
un Quinzinzinzili* vendicativo prese il posto dell’insostenibile.
Eppure il vuoto è ancora lì da riempire.
Velleità crepuscolare.
Utopia dell’ultima ora.
Assoluti gettati nell’oblio.
Assoluti a cui si rinuncia.
La certezza è rimasta muta.
La chiamata è restata senza risposta.
Note: *(Romanzo di Régis Messac del 1935. Il termine si riferisce a una contrazione di “Qui es in coeli”, ovvero la divinità)
CHIMÈRE – ILLUSIONE
Attraverso il filo di una lama ubiqua
s’inocula un male silenzioso.
Una scogliera incastonata nell’anima
e nei nostri occhi.
Per sfuggire a tutte le parole
serve un abito color del muro,
districato da mille fughe aggrovigliate.
Che sia giunto il momento di disperdersi?
Oppure di popolare l’altro deserto?
I due non smettono mai di contaminarsi a vicenda,
come se abitassero nel corpo della chimera.
Fondere il bronzo può rompere l’incantesimo.
L’arcano a lungo dimenticato essica le lacrime.
Per non rimanere in nessun luogo,
sulla soglia di nuove devastazioni,
si crea un’alleanza nascosta nella cavità di un passaggio.
Da quando ho perso la memoria,
gettata nel pozzo dei rimpianti,
s’insinua tra la distruzione e il dover divenire.
Sconfiggere il sogno di deporre le armi
oppure guardare il mondo intero andare in rovina tra le fiamme?
Calato il buio, sorge immediata una nuova alba,
accompagnata da un grido,
unica testimonianza del branco che chiama.
Che i vermi non smettano più di proliferare,
come se ripopolassero un corpo senza viscere!
Lontana dai centri del mondo,
dove tutti i segreti vengono svelati.
Lontana dalle linee del fronte
e lungo le vie di fuga.
Deborderanno le finzioni dell’impossibile
con ogni frammento strappato all’amarezza.
Satureranno fino all’impercettibile vuoto socchiuso.
CONTREPOINT – CONTRALTARE
Anno 1546.
Il destino mi opprime,
nonostante l’impulso che mi ero ripromessa
di spezzare le catene.
Lo sguardo acuto dell’oratore,
capace di spiccata eloquenza,
è agli occhi dell’inquisitore
colpevole di voce dissonante.
Come non condannare l’intolleranza rabbiosa,
ebbra dell’esposizione di viscere e sangue?
Non è forse una legge trasgredita per l’insipienza accanita
quella di stringere tra le tenaglie lo spirito infuocato?
Ricordo un luogo di sapere profano,
infiammato da un antico ideale.
Era soltanto una tappa
e sempre più si allontana la sua aura vespertina.
Un bagliore avanza nell’oscurità dell’epoca,
dove tutti si riuniscono attorno ai roghi di San Giovanni,
sventolando scritti come uno stendardo.
Opere di stampa come emblemi di dolore.
Se cantare inni unisce il genere umano,
il libero pensiero ne è il nobile contraltare.
E’ nella prova che la ragione
svolge la sua opera di consolazione.
Poiché il fuoco insaziabile precede l’ineluttabile
di un’esistenza infiammata dai tormenti,
se la conoscenza è rinchiusa e vige l’ignoranza,
tanto vale abbandonare questo secondo inferno all’istante.
UTOPIE (PART I) – UTOPIA (PARTE I)
Là dove si riversa la sostanza dei sogni
ha fine un oceano di tenebre immenso e senza tempo.
Soltanto coloro che, con la testa tra le nuvole, lo attraversano
hanno il potere di approdare a quella riva lontana.
Mille scogli ricoprono la superficie.
L’altrove è ormai ovunque.
Si scatena il panico sulle nostre navi carcasse.
Fine del progresso e del sogno,
se mai ce n’è stato uno.
Insidiosamente si è prosciugata la distanza,
dall’apparenza ai confini dell’immaginario.
Una nebulosa afflizione viene secreta dall’assenza,
scheletro irreparabilmente macilento.
E’ svanito senza ritorno nell’aria acre.
Il movimento. La velocità. La sua direzione.
Regno di perfetti artefatti che occultano l’orizzonte.
Qui si intrecciano l’essenza e la sua forma.
Frammento fluttuante di spazio consegnato all’esterno.
Sotto la linea di galleggiamento della speranza
gli abissi si sono gradualmente riformati.
E’ una nuova disposizione del piano di consistenza.
Una topografia senza punti di riferimento o coordinate.
Deve morire all’istante,
inaudito patto di accerchiamento d’infinita somiglianza.
Regno di simulacri immortali e d’assoluta solitudine.
UTOPIE (PART II) – UTOPIA (PARTE II)
Come una torcia accesa dalla vivida scintilla dell’alba
appare una città, un altro focolare,
adornata da riflessi color smeraldo.
Le cime affilate.
Le nuvole sospese al sorgere del sole
ridisegnano il territorio e ne affinano i profili.
E’ una visione perduta, quasi un ricordo,
i cui resti mettono radici.
E’ un’armatura che proietta verso il cielo la sua ambivalenza
e le sue ombre sull’abisso.
Sotto le tracce incerte di tortuosi lineamenti
corrono le forze sotterranee in ebollizione.
Là, nascosto come interiora,
affiora attraverso le crepe un caos insondabile di rizomi.
Una massa di giunture frammentarie
che cambiano costantemente forma.
Un tessuto reticolare che si irradia.
Percorrerlo significa tracciare mappe.
Viaggiare attraverso i suoi strati
e unire al penultimo ciò che si semina.
Intorno alla superficie converge un sordo mormorio
che si trasforma in fretta in fragorosa moltitudine di suoni.
Una barriera di sorgenti verdeggianti,
mescolate a imprevedibili cloache ed esalazioni putride.
Le immense vette sono stanche di restare
sulle alture della città, ospite delle nuvole.
Il loro torpore si disperde nel vento,
poiché lontano quanto s’invola questa chioma così perfetta,
si nutrono del substrato del suolo
le ordinate torri delle sue cime.
Se la verità è contaminata dalle sorgenti
e dalle voracità che cambiano sempre obbedienza,
ciò è dovuto al fatto che tutto evolve per contagio
dal germe del disordine fino ai dintorni,
dove cresce rigogliosa l’erbaccia dell’infamia.
Chi può dire se due linee formeranno una libera simbiosi
o si annienteranno nella metamorfosi del mondo in divenire?
Lo sguardo dall’alto fa ritorno nelle profondità.
Il suo impero crolla.
Il sacro involve verso l’ardore.
Il banale diventa affresco.
Mille dettagli insignificanti, giganteschi.
Un deserto abitato,
completo e frammentato nello stesso tempo.
Testi richiesti da K. L.
